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SPEDIZIONI

Le vette che ho scalato

SIBERIA

RUSSIA

3147 m

GENNAIO / FEBBRAIO 2018
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"Mi ci sono voluti 2 mesi per decidere se affrontare con Simone questo progetto. Avevo paura di perdere le dita dei piedi ma le foto della zona erano così intriganti che non potevo dire di no. Mi aspettarmi -70° C. Saremmo stati in uno dei posti più freddi del pianeta."

Il viaggio con tre diversi voli è stato molto emozionante. Dopo un totale di 13 ore di volo siamo arrivati ​​a Ust Nera, dove abbiamo preso un Waz 4x4 per continuare per Sasyr. Molto lontano da casa con 10 ore di fuso orario. I nomadi e gli allevatori di renne poi ci hanno portato con la loro motoslitta nelle loro abitazioni temporanee, un posto mozzafiato dove abbiamo passato la maggior parte del nostro tempo. È stato davvero un tuffo in un mondo inimmaginabile.

Abbiamo studiato la montagna con Oleg, un alpinista di Yakutsk, e con il suo aiuto siamo riusciti a sviluppare la nostra strategia. Dopo aver battuto la strada con gli sci di alpinismo fino al ghiacciaio ci siamo riposati per due giorni perché avremmo provato a salire la cima in un solo giorno, senza sapere quali difficoltà ci avrebbero atteso sopra.

Dopo 7 ore siamo arrivati sulla cima, felici. E dopo 11 ore eravamo di nuovo al campo base. In qualche modo ero sollevata, perché era dal 2014 che amo riuscivo a raggiungere una cima durante le mie spedizioni. È stata un'esperienza importante per la mia carriera, ho ottenuto molte consapevolezze che saranno sicuramente molto utili per il mio futuro.

INDIA NORD-ORIENTALE

INDIA

SETTEMBRE / OTTOBRE 2017
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"Questa spedizione mi ha fatto capire che la libertà e la pace interiore non la trovo solo sugli 8.000 metri, ma anche in altre aree lontane dalle civiltà."

Tutte le situazioni vissute al campo base del Kangchenjunga sono state molto difficili, non a causa della spedizione fallita, ma a causa della confusione e dell'accesso al campo base. Ormai moltissime persone arrivano impreparate sulle vette più alte del mondo senza essere cresciute in montagna o senza l’adeguato allenamento e quindi spesso manca un comportamento adeguato e rispettoso dell'uomo e della natura. Questo mi ha profondamente delusa, perciò sono partita con Aaron Durogati di Merano, per due volte campione del mondo di parapendio. Avevo bisogno di un’ esperienza completamente diversa dalle precedenti e abbiamo deciso di andare nel nordest dell'India (Himachal Pradesh). Lo scopo di questa spedizione era scalare diverse cime e lanciarci in tandem.
L'equipaggiamento era veramente ridotto al minimo perché in questo modo era possibile salire velocemente ed effettuare i lanci in tempi brevi. Ci siamo concentrati su 4 differenti posti che volevamo visitare senza avere un piano e un obiettivo precisi. Prima siamo andati a Keylang e in seguito al Shincula Pass (5.000m), dove abbiamo fatto diverse salite, ma il vento era troppo forte e non era possibile lanciarsi con il parapendio dalle montagne.
Successivamente siamo andati nella Spity Valley, in direzione del Tibet, dove abbiamo potuto fare alcune escursioni giornaliere fantastiche, anche perché il tempo era sempre molto favorevole per il volo. Ogni giorno abbiamo spostato il nostro campo base, ci siamo preparati e abbiamo programmato giorno per giorno le nostre escursioni e le salite. Dopo una settimana nella Spity Valley, dove siamo riusciti a volare con il parapendio fino a 6.200 metri, abbiamo proseguito per Parvati, e poi per Bir, la mecca del parapendio in India. Allenamenti fisici giornalieri, voli lungi o planate ci hanno portato a scoprire nuove mete. Abbiamo scelto sempre decolli diversi: in questo modo è stato possibile godere della bellezza di quei luoghi al 100% ogni giorno. Che si trattasse di un volo sopra i monasteri, su ripide gole, in altezza, su campi e prati o atterraggi in città, il momento clou di questa spedizione è stato sicuramente il volo con le aquile.

Questa spedizione mi ha fatto capire che la libertà e la pace interiore non la trovo solo sugli 8.000 metri, ma anche in altre aree lontane dalle civiltà.
Man mano che l'alpinismo diventa sempre più commerciale, potrebbe essere il momento di espandere i miei orizzonti e intraprendere nuove avventure.

KANGCHENJUNGA

HIMALAYA / NEPAL

8586 m

APRILE / MAGGIO 2017
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"Lo scopo di questa spedizione era attraversare i quattro 8.000 e aprire anche una nuova via per arrivare alla cresta ovest che porta allo Yalungkang"

Il massiccio del Kangchenjunga è composto da 5 cime, di cui 4 sono oltre gli 8.000 metri (Yalung Kann 8.505m, Kangchenjunga 8.586m, Kangchenjunga Central 8.483m e Kangchenjunga Sud 8.467m).
Lo scopo di questa spedizione era attraversare i quattro 8.000 e aprire anche una nuova via per arrivare alla cresta ovest che porta allo Yalungkang. Il tutto in squadra con Simone Moro, senza ossigeno e portatori.

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Dopo aver fissato le corde sulla via normale, dove volevamo fare l'acclimatamento, siamo saliti al campo 4 (7.400m). Le condizioni climatiche erano costantemente negative: in questo modo abbiamo potuto completare l'acclimatamento, ma la potenziale via sembrava estremamente pericolosa e quindi abbiamo optato per saltare la prima cima (Yalung Kang) e provare a salire le altre tre partendo dalla cima principale. Era chiaro che la visibilità in questa traversata era per noi assolutamente necessaria per poter ritrovare il campo 4 sulla via del ritorno. Tutti gli altri alpinisti erano già ripartiti per il ritorno, siamo così rimasti soli godendo della solitudine della montagna. In questa spedizione non abbiamo seguito il classico schema dei campi alti, ma abbiamo allestito solo due campi in posizioni strategiche. Il campo 3 (o il nostro campo 1) a circa 6.600 metri e l’ultimo campo (nostro campo 2) a 7.400 metri. In questo modo siamo stati molto efficienti e veloci ad arrivare all'ultimo campo per poter provare, anche con poche ore di bel tempo, la salita per la cima.

Il primo tentativo verso la cima sembrava procedere bene fino a quando Simone ha iniziato a vomitare. Le sue forze continuavano a diminuire così abbiamo deciso di scendere il giorno stesso fino al campo base. Le previsioni meteorologiche ci hanno poi costretti a tornare al campo 3 dopo un giorno di riposo, questa pausa ci ha dato il tempo per avere ancora una possibilità per la scalata della cima. Ma nel corso della seconda giornata abbiamo capito che Simone era ancora troppo debole e che andare avanti, in quelle condizioni, avrebbe messo a rischio la vita. Così ci siamo seduti a 7.100 metri e insieme abbiamo deciso di scendere.
Nei giorni seguenti il tempo è stato comunque troppo brutto per la traversata, anche solo per la cima.
E così, per il terzo anno consecutivo, nessuno è riuscito a salire in vetta al Kangchenjunga.

NANGA PARBAT

HIMALAYA / PAKISTAN

8126 m

GENNAIO / FEBBRAIO 2016
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"Questa spedizione è stata sicuramente, fino a questo momento, la più dura e la più istruttiva della mia carriera e non so se un’altra esperienza sarà mai in grado di batterla"

La scalata del Nanga Parbat in inverno (impresa tentata invano dai migliori alpinisti del mondo per 31 anni) è nata da uno strano desiderio e da un dialogo con Simone Moro. Era il 2015, eravamo al campo base del Manaslu e stavamo parlando proprio di questa spedizione e di provarla per la terza e ultima volta, quando lui ha detto: "Tutte le cose buone arrivano a tre!”.

E così è successo. Nel dicembre 2015 Simone e io siamo partiti insieme a mio padre per salire prima lo Spantik (7.027 m) per l'acclimatamento. Purtroppo molti problemi ci hanno impedito persino di affrontare il trekking al campo base. All'improvviso i portatori volevano più di 22.000 € per portare le nostre attrezzature al campo e alla fine abbiamo dovuto cancellare l’intera azione. Eravamo molto delusi. Mio padre è volato a casa e io e Simone abbiamo aspettato pazientemente il nostro permesso per il Nanga Parbat.
Dopo molti giorni a Chilaz, finalmente siamo arrivati al campo base a 4.200 m dove mi sono trovata sopraffatta da questa massiccia montagna. Gelida, ripida, nuvolosa e nebbiosa, ma in qualche modo affascinante per la sua bellezza e la sua forte attrazione.
Il nostro obiettivo era quello di provare la via Messner-Eisendle sulla parete nord-ovest.
Nel frattempo altre tre squadre erano arrivate per la salita invernale, quindi eravamo un gruppo relativamente numeroso per un campo base invernale.

Nonostante il nostro acclimatamento proceda bene, non riusciamo a superare il seracco sopra il campo 2 a causa del forte vento e del freddo. Alex Txikon ci propone, fin dall'inizio, di andare con il suo gruppo per unire le forze, ma Simone e io non vogliamo perderci l'avventura sulla via Messner-Eisendle.
All'inizio di febbraio due squadre tornano a casa: la squadra polacca di Adam Bielecki e Jacek Czech e il team di Tomek Mackiewicz ed Elisabeth Revol: questi ultimi ci raccontano il loro tentativo di salire sulla vetta sconsigliandoci di passare per il seracco, perché i crepacci si aprono sempre di più ogni giorno.

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Alex Txikon ci invita nuovamente a salire con lui, Daniele Nardi e Ali Sadpara sulla via Kinshofer, alla fine accettiamo, anche se con un po’ di imbarazzo, visto tutto il lavoro che loro avevano già fatto fino al campo 3 a 6.750 metri. Dopo giorni di litigi anche Daniele Nardi lascia il campo base e rimaniamo solo Alex, Ali, io e Simone con i nostri cuochi e i poliziotti; a questo punto la squadra inizia a funzionare perfettamente.
Insieme aspettiamo 26 giorni al campo base e poi partiamo tutti per acclimatarci, ma il vento non ci lascia scalare oltre il campo 2.
Dopo un'altra settimana al campo base Karl Gabl, il nostro meteorologo (nonché grande amico) di Innsbruck, ci dà una buona notizia: il tempo dovrebbe essere bellissimo per circa una settimana. Siamo molto felici e molto preoccupati: Simone e io avevamo dormito solo una volta a 6.200 metri (campo 2), forse non abbastanza ?!…
Decidiamo di provare comunque e così partiamo. Dopo 4 notti arriviamo al campo 4 e lì vengo assalita da una serie di intense sensazioni: ero molto sicura che tutto sarebbe andato bene. Alle 4 di mattina suona la sveglia e faccio colazione con le scorte di cibo rimanenti.
Usciamo della tenda alle 6:30 e passo dopo passo ci avviciniamo alla cima; ma io non mi sento bene, continuo a vomitare.
Ciascuno deve procedere al suo ritmo e cercare di fare del suo meglio perciò non è possibile prendersi cura degli altri.
Quando Simone scompare a 70 metri sotto la cima dietro le rocce, la mia motivazione è sottoterra. Sono sola, il vento ha fischiato per 10 ore ininterrotte: è arrivato il momento, tutto mio, di prendere la decisione giusta. "Se adesso continui per la vetta non rivedrai mai più la tua famiglia!“. Questa è la frase che sento dentro di me dopo tutta la fatica e a poche decine di metri dalla la vetta.
Ma non ho esitato, perché sapevo che la situazione era molto seria.
Così sono ripartita, da sola, per la discesa. A 7.000 m sono caduta e scivolata per 200 metri. Mentalmente avevo già chiuso con la mia vita, ma non doveva andare così! Con dolore sono rientrata al campo 4, dove ho aspettato i miei colleghi. È stata forse la notte più difficile che ho vissuto in montagna, ma il giorno dopo sono arrivata al campo base, dolorante ma felice di avercela fatta.

Questa decisione molto sofferta, questa esperienza, questa notte difficile e la gioia di essere viva mi hanno dato moltissimo.
Questa spedizione è stata sicuramente, fino a questo momento, la più dura e la più istruttiva della mia carriera e non so se un’altra esperienza sarà mai in grado di batterla.

Su questa storia è anche uscito un libro in lingua italiana e tedesca.
“Io, gli 8000 e la felicità” edito da Rizzoli.

MANASLU

HIMALAYA / NEPAL

8163 m

FEBBRAIO / MARZO 2015
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"Quella che portiamo a casa per noi non è una sconfitta, ma un sogno a cui abbiamo dato energia e gambe. Con o senza vetta sono l'azione e la fantasia che contano e non il mero risultato. Questa avventura è semplicemente rimandata."

Il Manaslu, coi suoi 8.163 metri, è l'ottava cima più alta del pianeta. Obiettivo della spedizione è rivisitare in chiave moderna due grandissime scalate del passato. La prima scalata invernale della montagna compiuta il 12 gennaio 1984 dai polacchi Berbeka e Gajewski, col concatenamento della salita in successione delle due vette del massiccio del Manaslu: la vetta principale di 8.163 metri e il Pinnacolo Est di 7.992 metri di quota. Quest'ultima scalata venne effettuata sempre da due grandissimi scalatori polacchi Jerzy Kukuczka e Artur Hajzer il 10 Novembre 1986. Il secondo aspetto del progetto 2015 al Manaslu riguarda appunto il concatenamento della vetta principale e del Pinnacolo Est di 7.992 m. Questa doppia salita non è più stata ripetuta, neppure in stagione favorevole e, nello specifico, il Pinnacolo Est del Manaslu è la punta di 7000 metri più alta del pianeta. Solo 8 metri la separano dalla fatidica quota di 8000 metri.

Per adesso, arrivederci!

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8 aprile 2015. Giorno 51.
Fuori nevica, da due mesi! Al campo base ci sono ancora 6 metri di neve. Era partita come spedizione invernale; finisce come primaverile solo da calendario, ma non come condizioni meteo. Dico "finisce" perché io e Simone abbiamo appena deciso di tornare a casa. Abbiamo usato tutta la nostra pazienza, il nostro ottimismo e le nostre capacità, ma il Manaslu rimane per quest'anno e per noi due un sogno da rivivere. La parentesi nella valle del Khumbu è stata una spedizione dentro la spedizione. Una parentesi di acclimatamento durata 3 settimane, da cui son nate due vie nuove e la salita di un 6000 inviolato.

Una spedizione non è mai solo un pura performance, è spesso un gioco di pazienza e di nervi e penso che Simone ed io abbiamo davvero fatto tutto perché il tempo e la montagna si disvelassero… Durante la lunga attesa - che nulla ha cambiato dal punto di vista meteo - abbiamo perso tantissimo materiale alpinistico e passato giornate intere a spalare. Siamo però rimasti sorprendentemente sempre di buon umore! Ora torniamo in Italia, dove nuovi progetti alpinistici e sportivi sono già pronti. Rimanere qua a spalare e lottare con la natura finirebbe solo per vanificare la nostra forma fisica e la voglia d'azione che in questo momento è straripante.

"Quella che portiamo a casa per noi non è una sconfitta, ma un sogno a cui abbiamo dato energia e gambe. Con o senza vetta sono l'azione e la fantasia che contano e non il mero risultato. Questa avventura è semplicemente rimandata."

K2

KARAKORUM / PAKISTAN

8611 m

GIUGNO / AGOSTO 2014
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"Io e Klaus andavano molto d'accordo. Ci divertivamo anche nelle lunghe ore di attesa : abbiamo ballato, riso, lavato i vestiti, fatto i canederli. Ogni mattina ci siamo fatti un uovo crudo con lo zucchero, per prendere la potenza necessaria."

Klaus e io abbiamo deciso velocemente di partire per una spedizione sul K2, la "montagna delle montagne". Abbiamo deciso il 25 aprile e un mese e mezzo dopo eravamo già in viaggio. Dopo qualche peripezia burocratica ad Islamabad abbiamo iniziato il trekking per il campo base con grande gioia e forti motivazioni. Una volta arrivati al campo base, abbiamo iniziato subito con l'acclimatamento. La salita fino al Campo 1 è stata lunga, ma non vedevo l'ora di immergermi nell'anima di questa montagna. Le notti nei campi alti, trascorrevano tranquillamente.

"Con Klaus le cose sono andate molto bene, andavano molto d'accordo. Ci divertivamo anche nelle lunghe ore di attesa: abbiamo ballato, riso, lavato i vestiti, lavorato alla nostra logistica sulla montagna, fatto i canederli e ci siamo fatti ogni mattina un uovo crudo con lo zucchero, per prendere la potenza necessaria."

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In tutto abbiamo fatto tre giri di acclimamento, ognuno dei quali si è concluso con una notte al campo superiore. L'ultima notte, la più importante, abbiamo dormito al Campo 3 a 7300 metri. E finalmente è arrivato il momento propizio per tentare la vetta, con l'inizio della finestra di bel tempo. Il 23 luglio alle 4 del mattino, siamo partiti per il tentativo alla vetta. Klaus e io stavamo bene e per questo siamo arrivati subito al Campo 2. Da lì siamo andati al Campo 3 e con noi abbiamo portato la tenda per il Campo 4 a 7900 metri. La cima sembrava davvero vicina, invece il tempo di salita è stato considerevole. Siamo partiti a mezzanotte e venti, come ultimi per il rilascio della "fila", ma alle 5.30, poco dopo l'alba, eravamo già al collo di bottiglia dove parte il traverso sotto il seracco, che è ripido, stretto e quasi sempre ghiacciato. Lì abbiamo trovato già altri alpinisti in attesa. Appena è stato possibile, ho potuto sorpassare quasi tutti per andare avanti al mio ritmo fino alla vetta. Che gioia!

"Ero così concentrata che non mi prendevo neanche il tempo di aspettare Klaus, perché volevo solo arrivare in vetta… Sono arrivata sul punto più alto alle ore 15.00. Da lì ho potuto apprezzare l'energia, vivere le mie emozioni, gustarmi la vista e la consapevolezza che ero potuta davvero andare in cima al primo tentativo. Un delirio!"

Ma era ancora più importante non fare degli errori scendendo all'ABC (campo base avanzato). Una volta arrivati lì, abbiamo capito, che era fatta! :-) Klaus e io ci siamo finalmente abbracciati per il nostro successo: una felicità totale!! Aver realizzato uno dei miei sogni più grandi non soltanto m'ha fatto raggiungere un risultato eccezionale, ma mi ha regalato anche un'enorme motivazione per le avventure future!

THE GREAT CROSSING

150 KM ATTRAVERSO IL KARAKORUM / PAKISTAN

150 km

MARZO / MAGGIO 2013
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"Questa è stata in assoluto la mia più bella spedizione: quasi un mese lontano dalla civiltà, non solo una bensì due scalate in prima! E questo insieme a mio padre. Ho potuto vivere la solitudine più totale, provare cosa vuol dire razionare il cibo, ho imparato a muovermi su terreno sconosciuto e reagire di conseguenza, a gestire ancor meglio le mie forze e le mie debolezze. Un'esperienza che mi ha reso ancora più completa."

150 KM ATTRAVERSO NEVE E GHIACCIO E LA SALITA DI DUE VETTE INVIOLATE

L'idea di questo ski-trekking è del 2013, col tempo si sono poi aggiunte le possibili prime scalate a vette ancora inviolate. Un sogno che volevo realizzare da tanto tempo, quello di essere in cima ad una montagna dove ancora nessuno era mai stato.

"Siamo partiti in quattro per il "The Great Crossing": io, mio padre e due cameraman austriaci. Il 26 marzo 2013 abbiamo preso l'aereo a Monaco per Islamabad, dove abbiamo preparato le nostre pulka (slitte) col minimo necessario, visto che le dovevamo trainare noi, sui ghiacciai! In tre giorni abbiamo raggiunto Shimshal, ultima località prima del nulla… Il Lunedì di Pasqua ci siamo incamminati verso il ghiacciaio di Braldu. 6 giorni di trekking mozzafiato e abbiamo raggiunto la neve ed il ghiacciaio."

Per i seguenti 25 giorni abbiamo potuto contare solo su noi stessi. C'è voluto un po' ad abituarsi a trainare una pulka di 70-80 kg, a resistere alle condizioni difficili, ai crepacci, alle cadute e alle gravi difficoltà nel raggiungere le montagne a causa dei tanti seracchi. Dopo una prima cima per acclimatarci, con solo 2 pulka ci siamo recati in una valle laterale del ghiacciaio Braldu, per effettuare due prime scalate nei pressi del confine cinese. Ci hanno accolto crepacci a non finire e passaggi ghiacciati. Abbiamo camminato molto con i ramponi e le piccozze e siam scesi con gli sci dalla cima fino ai piedi delle montagne.

Poi via, verso il Lupke la Pass per scalare altre due montagne. Purtroppo vento e gelo infine ci hanno costretto a tornare indietro. Il giorno seguente siamo partiti con un pessimo tempo in direzione di Braldu Brakk (6200m). Però abbiamo raggiunto solo il precedente seimila, perché la cattiva visibilità e una ripida valle intermezza hanno richiesto tutte le nostre forze per poter ritornare sani al nostro campo. Un'ulteriore giornata di cattivo tempo ci ha costretto a fare una pausa, ma infine abbiamo superato il passo, avvicinandoci ancora un poco alla civiltà. La discesa è stata abbastanza ripida e impressionante e dopo due giorni, passando per il Latoks e l'Orge, abbiamo raggiunto lo spettacolare Snow Lake. Neanche qui il tempo però era migliore… Lentamente il tempo ci sfuggiva di mano e bisognava metterci in cammino verso sud, dove i nostri portatori avrebbero dovuto venirci a prendere. Siam partiti per Askoli. Normalmente per questo tratto serve un giorno, ma causa maltempo, ne abbiamo impiegati tre. Proprio nel momento in cui il cibo iniziava a scarseggiare abbiamo incontrato, un giorno prima del previsto, tre dei nostri portatori. Una gioia immensa! E un po' di tristezza per la fine del viaggio… Altri due giorni per arrivare ad Askoli, jeep e bus fino ad Islamabad e in aereo fino a casa.

"Questa è stata in assoluto la mia più bella spedizione: quasi un mese lontano dalla civiltà, non solo una bensì due scalate in prima! E questo insieme a mio padre. Ho potuto vivere la solitudine più totale, provare cosa vuol dire razionare il cibo, ho imparato a muovermi su terreno sconosciuto e reagire di conseguenza, a gestire ancor meglio le mie forze e le mie debolezze. Un'esperienza che mi ha reso ancora più completa."

PEAK LENIN

PAMIR / KYRGHYZSTAN

7143 m

GIUGNO / LUGLIO 2013
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"Fin da bambina ho coltivato il mito di terre lontane da esplorare, terre selvagge che salgono sempre più su, fino al tetto del mondo! Queste terre avevano un nome da Mille e una notte: Pamir, un nome magico, capace di evocar nei miei pensieri avventura e mistero!"

"Fin da bambina ho coltivato il mito di terre lontane da esplorare, terre selvagge che salgono sempre più su, fino al tetto del mondo! Queste terre avevano un nome da Mille e una notte: Pamir, un nome magico, capace di evocar nei miei pensieri avventura e mistero!"

La bambina che ero ha dovuto aspettare fino a 27 anni per realizzare uno dei suoi sogni più belli, un viaggio esplorativo nel Pamir. Naturalmente ora riesco a vedere il Pamir per quello che è, una terra aspra e selvaggia nel cuore dell'Asia Centrale, a cavallo delle repubbliche del Kyrghyzstan e del Tagikistan, nate dalla disgregazione dell'ex unione sovietica… che però, ai miei occhi, mantiene intatto il suo mistero fatto di vallate disabitate, fiumi di ghiaccio, picchi vertiginosi squassati da crepacci e ghiacciai pensili; un impressionante oceano di montagne bianco e azzurro. Bam-i-Dunya, il tetto del mondo, così lo chiamarono i Persiani. Da qui si diramano le più alte catene montuose della terra, l'Hindukush a nord-ovest il Tien shan a nord-est, il Karakorum e l'Himalaya a sud-est. Separato dalla Russia dalle sterminate steppe del Kazakstan, questo è stato per millenni il crocevia del commercio tra oriente e occidente attraverso la Via della Seta e i famosi mercati di Bukhara e Samarcanda.

Esplorare il Pamir è stato bellissimo; scalare il LENIN PEAK, la vetta di 7.134 m a GORNO-BADAKHSHAN, fra TAGIKISTAN e KIRGHIZISTAN è stato veramente indimenticabile! La grande fatica della salita è stata ampiamente ripagata dal panorama mozzafiato di cui ho potuto godere una volta arrivata in vetta: a est la vista arriva fino al TIEN-SHAN (PIK POHEDA e KHAN TEN-GRI) al KONGUR ed al MUZTAGH ATA nello XINJIANG a sud e ovest arriva fino al confine del mondo, alle innumerevoli ed innominate vette del PAMIR occidentale.

Neanche il tempo di metabolizzare la bellezza di una visione sublime che è iniziata la parte adrenalina dell'avventura, una lunga discesa dalla parete Nord, un'intera parete, tutta, splendidamente, sciabile!

MUZTAGH ATA

TENTATIVO BROAD PEAK 8051 M / PAMIR

7547 m

GIUGNO / LUGLIO 2012
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"Ci ho provato, ho fatto del mio meglio e questa è la cosa che per me conta veramente.
Il Broad Peak è solo 500 metri più alto del Muztagh Ata, ma a queste quote le condizioni meteo sono il fattore fondamentale. Ho verificato che, anche in altitudine, sono autonoma e riesco a trasportare da sola tutta la mia attrezzatura. Ed è proprio questo il mio obiettivo: arrivare in cima da sola, contando solo sulle mie forze e senza l'aiuto di portatori di alta quota o di sherpa.
Cosa rara, di questi tempi!"

Monaco, Islamabad, Pakistan e poi in autobus verso la Cina, lungo la Karakorum Highway; breve pausa al Karakul Lake e via, direzione campo base, a quota 4450. Una spedizione a 6, con 4 partecipanti a me sconosciuti, e fin dall'inizio una buona intesa...

Per fortuna quest'anno ha nevicato talmente tanto che potevamo partire e rientrare con gli sci fin dal campo base. Ci siamo divisi in gruppi da due. Così Paul ed io siamo partiti per la prima e unica salita di acclimatamento in programma, su fino al campo 1 (5500 metri); il giorno successivo saremmo dovuti arrivare a campo 2. Il tempo non era dei migliori e, dopo aver trascorso la notte lassù, ma senza aver ancora ricevuto il bollettino meteo, siamo rientrati, a malincuore, al campo base. La nebbia avvolgeva completamente la montagna. Al campo base il bollettino meteo dava una finestra di bel tempo di un giorno soltanto! Quindi non si poteva aspettare! Una notte al campo base e poi, rimessi gli zaini in spalla, siamo tornati su. Arrivati al campo 1, siam partiti subito per il campo 2. Nella zona dei seracchi la visuale arrivava solo a 5 metri, ogni tanto; a momenti non muovevamo neanche un passo per un quarto d'ora, per paura di cadere. Raggiungere il campo è stata un'impresa! Alle cinque del mattino abbiamo iniziato la discesa verso valle, al termine del nostro acclimatamento. Dopo cinque giorni di maltempo siamo ripartiti. Al campo 3 abbiamo passato la notte. Alle 8.10 del mattino abbiamo iniziato la salita decisiva, con un buon ritmo. 4 ore ed eravamo sulla cima del Muztagh Ata, la mia prima alta cima raggiunta con gli sci. Ero quasi sopraffatta dall'emozione. La fatica delle ultime due settimane terminava in una fantastica discesa, 3000 metri di dislivello in piena polvere. Ma era già tempo di affrontare gli 8051 metri del Broad Peak, nel Karakorum.

SPEDIZIONE AL BROAD PEAK (8051 M)

Paul ed io, dopo il successo sul Muztagh Ata, ci siamo diretti a Askoli, mentre gli altri quattro tornavano a casa. Da lì siamo partiti per un trek di 5 giorni e 100 chilometri alla volta del campo base del Broad Peak, con solo 2 settimane utili a raggiungere la cima e sapendo delle incerte condizioni meteo al Broad Peak. Volevamo comunque provare ad arrivare in cima con tutta l'attrezzatura in un unico tentativo. Dopo due giorni al campo base, siamo saliti direttamente al campo 2 a 6200 metri. Le condizioni erano ottimali, ma gli zaini pesantissimi… Al campo 2 siam rimasti bloccati 2 giorni finché ci siamo rassegnati a scendere. Dopo questo tentativo, Paul ha deciso di lasciare… Il giorno dopo, al campo base, ho deciso di riprovaci anche senza Paul. Così, dopo aver riempito il mio zaino con tutta l'attrezzatura necessaria, che ora dovevo trasportare da sola, sono ripartita per campo 2. Purtroppo a quota 6500 la neve era talmente forte che l'idea di un tentativo di vetta era assolutamente impensabile... Quel giorno ho deciso di abbandonare il mio sogno.

"Ci ho provato, ho fatto del mio meglio e questa è la cosa che per me conta veramente. Il Broad Peak è solo 500 metri più alto del Muztagh Ata, ma a queste quote le condizioni meteo sono il fattore fondamentale. Ho verificato che, anche in altitudine, sono autonoma e riesco a trasportare da sola tutta la mia attrezzatura. Ed è proprio questo il mio obiettivo: arrivare in cima da sola, contando solo sulle mie forze e senza l'aiuto di portatori di alta quota o di sherpa. Cosa rara, di questi tempi!"

KHAN TENGRI

TIEN SHAN / KAZAKISTAN

7010 m

SPEDIZIONE 2011

"Ero felice di aver scalato il Khan Tengri in condizioni di tempesta ed avere imparato molte cose. Ho davvero preso consapevolezza della mia forza e della mia capacità di focalizzare anche in condizioni avverse per giungere a destinazione. Questa, in fondo, è stata la vittoria più grande!"

Il 7 luglio 2011 sono partita per due settimane alla volta di Almaty, in Kazakistan, con la mia compagna di viaggio Violetta Afuxenidi. Giunti in loco abbiamo fatto qualche allenamento insieme preparandoci per il Peak Pobeda. Il 22 luglio siamo partite verso il campo base. Faceva parte del nostro gruppo anche Kerim Aktaev di Bishkek, Kirghizistan.

L'elicottero ci ha portato da Karkara al Southinylchek a 4000 metri. Dopo esserci acclimatati per due giorni, abbiamo subito iniziato la salita verso il Peak Pobeda, che era la nostra vera meta. La prima fase di acclimatamento era finita, però abbiamo voluto farne una seconda, per meglio essere preparati per i 4 chilometri di sviluppo del percorso, da fare due volte. Dato che il meteo cambia rapidamente è molto importante, in prossimità della vetta, essere veloci e sicuri. Purtroppo una valanga di ghiaccio ha travolto il mio compagno Achim Rinortner che, fortunatamente ha riportato solo leggere ferite; io stessa sono scampata per pura fortuna! Questi avvenimenti mi avevan dimostrato che per me, forse, non sarebbe stato la cosa giusta continuare su questa montagna e ho deciso di procedere con il Khan Tengri (7010m) da sola.

Ho trovato poi un nuovo compagno, Sergey Emantayev. Siamo saliti al Campo 4 per essere acclimatati, casomai dovessi avere ancora abbastanza motivazione per il Pobeda. Dopo due giorni di tempo burrascoso abbiamo deciso di provare comunque la scalata alla vetta anche in condizioni di tempesta. Il primo tentativo fallì alle sei del mattino. Troppo freddo e tempestoso. Ma poi alle ore 10 abbiamo riprovato di nuovo, e lì abbiamo visto che forse si apriva un'opportunità. Così ci siamo avventurati in un gruppetto di cinque persone. Purtroppo solo Sergey ed io abbiamo raggiunto la vetta dopo quattro ore. Non abbiamo visto assolutamente nulla del panorama mozzafiato, abbiamo fatto una foto e iniziato la discesa. Il tempo era sempre peggio e veramente freddo. I miei occhiali erano completamente ghiacciati e ho dovuto addirittura toglierli. È stato molto difficile per me scendere e pericoloso perché non riuscivo più a controllare al meglio la situazione. Mi sono fermata un momento, concentrata e mi sono detta : "Puoi farcela anche senza aiuto". Così... passo dopo passo sono riuscita a tornare quasi congelata nella tenda. Siam dovuti rimanere altri 3 giorni in quota a causa di una forte tempesta di neve. Ero molto stanca e provata psicologicamente quando finalmente siamo riusciti a scendere al campo base. A causa di vari imprevisti col gruppo di partenza, non sono poi riuscita a tentare anche il Peak Pobeda. La montagna era troppo difficile e seria, per provare a scalarla da sola o con un team di persone sconosciute, vista l'elevata mortalità su questo "gigante".

"Ero felice di aver scalato il Khan Tengri in condizioni di tempesta ed avere imparato molte cose. Ho davvero preso consapevolezza della mia forza e della mia capacità di focalizzare anche in condizioni avverse per giungere a destinazione. Questa, in fondo, è stata la vittoria più grande!"

CHO OYU

HIMALAYA / CINA

8201 m

SPEDIZIONE 2010

"Dopo questa tragedia ho vissuto un periodo davvero molto brutto. Mi chiedevo di continuo cosa fosse più importante, il mio sogno o la mia vita... Non sentivo più come prima la passione per la montagna. Ho incontrato due volte la moglie di Walter, Manuela. Una donna forte, che ama le montagne e m'ha detto: "Fai quello che ti rende felice!" senza aggiungere altro."

Nella spedizione del Lhotse ho conosciuto una ragazza americana con cui ho deciso di fare un'altra spedizione nel 2010 al Cho Oyu. All'ultimo momento lei cambia idea e così parto da sola. Mi sono aggregata all'agenzia Asian Trekking ed ho incontrato un ragazzo danese: Jakob Urth e visto che anche lui era solo, abbiamo deciso di formare un team. Dopo due giri d'acclimatamento abbiamo deciso di tentare la cima. Jakob era salito al campo 1 già prima. Quando l'ho raggiunto due giorni dopo non stava bene e doveva scendere. Quindi sono salita di nuovo al campo 2, dal quale volevamo tentare la vetta. Alla sera ho parlato con un alpinista di Monaco, che era giunto in vetta il giorno prima ed era stato il primo a salire la montagna in questa stagione. Mi disse che per settimane c'era stato pericolo di valanghe e già due volte i cinesi, che avevano fissato le corde, erano finiti sotto una valanga, prima di desistere. Le condizioni sembravano buone e quindi ho deciso di tentare la vetta. Dovevo partire sola, perché nessuno era acclimatato abbastanza. Mi sono preparata mentalmente per la cima. Non sapevo neppure cosa mi aspettava, perché non avevo mai superato il campo 2. Sono partita alle 11 di notte, come aveva fatto l'alpinista di Monaco. Ero molto veloce e alle ore 1.15 ero già al campo 4 sui 7600 metri. Ho visto delle luci nelle tende, ma ho pensato di continuare e di salire. Il vento tirava sempre più teso e avevo sempre più freddo.

"Ai 7750 m mi ha preso una sensazione molto forte di paura. Una voce, dentro la testa, mi diceva di tornare al campo 2 e, anche se a malincuore, l'ho ascoltata."

Dopo alcuni giorni di riposo avrei voluto tentare di nuovo la vetta il 6 ottobre. Il pomeriggio prima di partire però è arrivata una tragica notizia. Walter Nones era caduto giù dalla montagna ed era morto. Non ci potevo credere… Ho aiutato i suoi amici Manuel e Giovanni ad organizzare cose e a recuperare Walter, invece di tentare la cima. Quella giornata è stata veramente dura per me, perché era la prima volta che vedevo un morto così sfigurato… un mio amico morto. Ho pianto per ore. Eravamo rimasti pochi al campo base, perché quasi tutti erano tornati a casa. Anche la mia agenzia ritornava a Kathmandu, dopo che il mio amico Jakob aveva raggiunto la cima del Cho Oyu il 6 ottobre. Quindi ho cercato un'altra agenzia per tentare di nuovo la vetta. Uno degli alpinisti rimasti era Santiago Quintero che aveva tentato la vetta con Jakob, ma si era fermato cento metri sotto la cima, perché non aveva più energie né motivazione. Dopo alcuni giorni di riposo siamo partiti, lui ed io. Nonostante le pessime previsioni del tempo volevamo provare lo stesso. Siamo partiti all'una di notte, ma subito ho capito che non c'eran le condizioni. Il vento diventava sempre più forte… Santiago mi pregava di accompagnarlo, ma ormai ero scarica e ho deciso di tornare giù. Al campo base ho realizzato appieno la fine del sogno del mio secondo 8000. Il 10 ottobre 2010 tutti abbiamo lasciato il campo base.

"Dopo questa tragedia ho vissuto un periodo davvero molto brutto. Mi chiedevo di continuo cosa fosse più importante, il mio sogno o la mia vita... Non sentivo più come prima la passione per la montagna. Ho incontrato due volte la moglie di Walter, Manuela. Una donna forte, che ama le montagne e m'ha detto: "Fai quello che ti rende felice!" senza aggiungere altro."

Quelle parole mi hanno liberato dal dolore e han riacceso la mia passione. Tutto quello ho vissuto, nel bene e nel male, mi ha fatto capire che la montagna è la mia vita. In più ho imparato ad accettare gli insuccessi e ad elaborarli meglio.

Walter, rimarrai sempre nei nostri cuori!

LHOTSE

HIMALAYA / NEPAL

8516 m

SPEDIZIONE 2010

"Il tempo era stupendo ed era bellissimo vedere tutte le pale dell'Everest. Dopo dieci ore di salita - con fissaggio anche delle corde fisse - arrivammo in cima alle ore 10:23 del 23 maggio 2010. Avevo 23 anni!"

"è sempre stato il mio sogno quello di salire un 8000 a 23 anni. Già a 15 anni sognavo di scalare un 8000, da grande, ma non lo avrei mai voluto fare con una spedizione commerciale."

La mia fortuna era quella di conoscere Simone Moro che mi aveva portato in Nepal per la prima volta nel 2009. Avevamo raggiunto Island Peak e i suoi 6189 m di altezza e visto che stavo molto bene in quota. In quell'occasione avrei anche tentato di salire il Cho Oyu, se i Cinesi non ci avessero chiuso le loro frontiere in faccia! Pensai quindi che l'obiettivo di salire il mio primo 8000 a 23 anni non fosse più fattibile ed ero molto triste. Ma Simone mi disse che c'era ancora una possibilità per me: il Lhotse. Non ci pensai più di tanto e decisi di partire, mettendo standby lo studio per un anno! È stata un'avventura fondamentale per me, perché ho avuto l'onore di stare nel campo base con Simone Moro e Denis Urubko. Non vedevo l'ora di salire l'Icefall, del quale finora avevo solo letto. Non mi sembrava neanche così pericoloso come tutti mi avevan detto. Dopo tre giri di acclimatamento fino a 7200 m ero scesa giù in valle con il gruppo dei Benegas Brothers, per riposarci un po'. Era bello risentire l'odore dell'erba e dei fiori. Mi sembrava di essere in paradiso. Dopo un paio di giorni dovevamo salire nuovamente, ma nel frattempo arrivò la notizia che un ragazzo del team dei russi era morto a causa di un'edema. Era una persona del team proprio vicino al nostro campo base e pensavo che la situazione fosse gravissima. Mi facevo tante domande. Mi chiedevo se fosse ancora quello ciò che volevo veramente… Ma tutti si comportarono normalmente e così potei partire rilassata verso la cima. Con me partì anche Dawa Sherpa, perchè Simone disse che sarebbe stato meglio avere qualcuno con me, nel caso fosse successo qualcosa. Partimmo e arrivammo al campo 3 a 7200 metri. Dawa non si sentiva molto bene, aveva mal di testa ed era senza voce. Partimmo all'una di notte, perché volevamo tentare la cima dal campo 3. Purtroppo dopo tre ore di salita Dawa decise di abbandonare e si dovette ritornare giù. Lui mi disse che non voleva più tentare la cima e quindi chiesi a Pemba Sherpa, se voleva accompagnarmi. Lui accettò subito e, in quel momento, entrambi capimmo che avremmo raggiunto la cima. Si organizzò anche il campo 4 per essere sicuri della riuscita.

"Il tempo era stupendo ed era bellissimo vedere tutte le pale dell'Everest. Dopo dieci ore di salita - con fissaggio anche delle corde fisse - arrivammo in cima alle ore 10:23 del 23 maggio 2010. Avevo 23 anni!"

La discesa è stata molto lunga e faticosa, ma una volta arrivata al campo base ero in estasi… Era la cosa più difficile che avessi mai fatto ed ero convinta che proprio quello fosse ciò che volevo per il mio futuro. Da quel momento avrei fatto di tutto per diventare una professionista e continuare a vivere il mio grande sogno il più lungo possibile.

ISLAND PEAK

TENTATIVO CHO OYU - HIMALAYA / NEPAL

6189 m

SPEDIZIONE 2009
GALLERY

"Ho conosciuto Simone Moro al mio ballo di maturità e in quell'occasione mi ha promesso che mi avrebbe portato con lui in una spedizione. Nel 2009, quando ci siamo ritrovati su facebook, io gli ho subito chiesto quando mi avrebbe portato con sé, per onorare la sua promessa..."

"Ho conosciuto Simone Moro al mio ballo di maturità e in quell'occasione mi ha promesso che mi avrebbe portato con lui in una spedizione. Nel 2009, quando ci siamo ritrovati su facebook, io gli ho subito chiesto quando mi avrebbe portato con sé, per onorare la sua promessa…"

La mia idea era che non fosse così importante cominciare con un 5000 o 6000 m. Con mia grande sorpresa Simone mi invitò a partecipare alla spedizione intitolata "Trilogy expedition", pur non conoscendo le mie capacità in montagna e senza sapere se ero veramente pronta per fare una spedizione sul Cho Oyu, un gigante di 8201 metri. Fino ad allora avevo raggiunto soltanto 4030 metri. Quella diventò in un attimo la giornata più bella della mia vita. Tremavo ed esultavo dalla gioia!

Siamo partiti all'inizio di settembre.
Arrivati a Kathmandu, dopo una fase di acclimatamento, abbiamo fatto il trekking del Khumbu Valley con la cima finale dell'Island Peak. Avevo veramente il maestro più bravo che avessi mai potuto immaginare. Abbiamo trascorso una notte sotto la cima dell'Island Peak, ma a causa di un forte mal di testa non avevo potuto dormire neanche un minuto. Ritornati a Chukkhung, a 4700m, però ci è arrivata la brutta notizia: i cinesi avevano chiuso le frontiere e non potevamo più entrare in Cina! Niente più Cho Oyu! Il mio grande sogno di fare un ottomila a 23 anni era stato bruscamente interrotto. Ero davvero molto triste.

Ma l'esperienza fatta è stata comunque determinante… Al netto della delusione, avevo capito che la montagna era la cosa più importante della mia vita e che volevo continuare con le spedizioni. E pure un'altra cosa l'avevo capita: che tutto sommato la quota non mi faceva soffrire così tanto. Un buonissimo segno per il futuro…

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